Omaggio ad Alfredo Castelli ed alla ‘Cultura Alternativa’
È possibile che, nell’Europa preistorica, esistessero matematici provetti a conoscenza del teorema di Pilogora, astronomi in grado di calcolare la retrogradazione della luna (una minima irregolarità nella sua orbita che ha un periodo di 18 onni, 10 giotni e 8 ore), ingegneri e orchitetti capoci di progettare costruzioni altamente specializzate e tecnici in grado di spostare e sollevore enormi pesi? Sì, è possibile, e lo dimostrano i vari complessi megalitici disseminati nell’Europa del Nord edificati in un’epoca in cui la scrittura ero ancora sconosciuta. I megalitì sono – come dice il loro nome – “grosse pietre” disposte in luoghi particolari: vicino a Carnac, in Bretagna, ne esistono almeno 3000, allineati in lunghissime file che si perdono all’orizzonte. Altri ne sorgono ad Avebury in Inghilterra; altri a Stonehenge, che abbiamo scelto per questa “voce” perché, senza dubbio, è il complesso megalitico più conosciuto, anche se non il più importante.
Stonehenge si trova a sud dell’Inghilterra, non lontono da Salisbury; è facile roggiungerlo in macchina e la zona che lo circonda è stata trasformata in una specie di luna park con bancarelle di souvenir e venditori di bibite. Eppure, soprattutto verso sera quando il sole tramonta dietro le immense pietre, il luogo assume un fascino incomparabile. Tutt’intorno, a spirale, si levano massi oblunghi simili a colonne, sormontati da architravi giganteschi del peso di parecchie tonnellate. I primi megaliti furono piazzati nel 2800 a.C., e l’intera opera veone riedificata più volte, fino all’attuale sistemazione che risale al 1560 a.C.
A cosa servivano questi giganteschi complessi? Sicuramente, in tempi più recenti, vi si celebravano le cerimonie dei Druidi, gli antichi sacerdoti della zona, e certo venivano considerati “luoghi magici”, tanto che la Chiesa considerava meritorio abbattere un pietrone di tanto in tanto. Solo verso la fine del secolo scorso alcuni archeologi si resero conto che molti megaliti sorgevano in zone ove si praticava il culto del sole; fu così che, nel 1906, Sir Norman Lockyer, astronomo e scienziato membro della Royal Society, pubblicò il volume Stonehenge e altri megaliti in Inghlterra. Lockyer affermava che parecchi grandi cerchi di pietra erano orientati non solo in direzione del sole, ma anche di altre stelle. E, di fatto, successivi studi hanno dimostrato che Stonehenge altro non è che un perfetto osservatorio astronomico; una sorta di “computer di pietra” che permette di osservare, prevedere e calcolare il moto di tutti gli astri in base alla posizione dei megaliti.

Perché questa ossessione verso il cielo? E da dove derivavano quelle conoscenze, indubbiamente assai approfondite, che hanno permesso una simile reolizzazione? Secondo Euan Mac Kie, direttore del museo di Glasgow, esisteva una sorta di scuola nei dintorni di Durrington Walls ove i discepoli venivano iniziati ad antiche e misteriose discipline. Quanto ontiche? E chi era il loro iniziotore? Come al solito, la risposta è avvolta nel mistero.
Cosa leggere su Stonehenge
Il computer neolitico, di Mario Zanot
(Sugarco)



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