Alla scoperta di un’America nascosta: Mark Twain e Stephen King rimuovono il velo di Maya
Riscossa nera
Ne Le avventure di Huckleberry Finn Jim e Huck potrebbero essere visti come un unico personaggio che contiene, al suo interno, le diverse sfumature di carattere e personalità e del bambino e dello schiavo. Essi hanno molto in comune: all’inizio entrambi vivono due realtà in cui sono prigionieri a dalle quali fuggono, seppure per breve tempo, con uno stesso scopo, ottenere la libertà; sulla zattera poi affrontano assieme tutte le peripezie che accadono loro, sopportando le incursioni del Re e del Duca e vivendo gioie e dolori, crescendo insieme; infine, una volta terminato il meraviglioso viaggio sulla zattera, insieme si trovano ancora una volta prigionieri e devono adeguarsi alle esagerate pazzie romanzesche di Tom Sawyer. È solo uno il fattore che li divide nettamente: il colore della loro pelle e, di conseguenza, la condizione che essi possiedono come esseri umani. È vero che Huck si sente costretto dalle regole della vedova Douglas, poi da quelle della banda di Tom, poi ancora da quelle di suo padre, ma nel suo caso non si tratta di una vera e propria schiavitù, quanto di un suo personale rifiuto ad adeguarsi ai canoni della società e a diventarne un membro legittimo a tutti gli effetti. È Huck che sceglie di rimanere escluso dal consorzio delle persone “civilizzate” e di restare un eterno Peter Pan. Jim, al contrario, è uno schiavo in tutto e per tutto, non ha scelto lui di abbandonare la sua famiglia rinunciando alla propria libertà per mettersi al servizio della famiglia di Tom, venendo trattato alla stessa stregua dei cani. Nonostante questo l’affetto che prova nei confronti dei suoi padroni e successivamente di Huck è dei più sinceri. Il grande merito di Mark Twain è stato quello di avere conferito un’enorme dignità a questo personaggio in un periodo in cui la questione era molto attuale. La guerra civile si era conclusa qualche anno prima e una delle cause scatenanti fu proprio la questione della schiavitù. Gli stati del sud erano quelli più a favore di questa politica, mentre al nord la mentalità era leggermente più aperta, seppure anche qui la schiavitù era ancora presente in alcuni stati. Tuttavia, il vero propulsore alla guerra non fu tanto la volontà di liberare dalle catene le centinaia di schiavi presenti, quanto il valore economico che ognuno di loro rappresentava per l’economia della nazione, soprattutto negli stati del sud, che ancora si appoggiavano fortemente all’agricoltura. Quali che fossero le ragioni, resta il fatto che i neri d’America venivano visti come semplici strumenti di produzione, la cui cultura e società furono completamente azzerate. Anche una volta conclusasi la guerra con la vittoria degli stati nordici, la situazione per loro non cambiò ancora per molti anni; essi ottennero, ad esempio, il diritto di voto, ma le possibilità per fare sì che non potessero usufruirne erano numerose. È in questo momento che cominciano a verificarsi le prime forme di segregazione razziale, i neri vengono costretti a vivere divisi dalla comunità, che vieta loro di frequentare gli stessi posti dei bianchi o che pone restrizioni assurde e inaccettabili. La situazione cambierà solo a partire dagli anni cinquanta del Novecento, quando Rosa Parks rifiuterà di cedere il proprio posto in autobus e darà il via alla rivolta pacifista.
La mentalità della maggior parte delle persone, già al tempo di Twain, era ancora troppo chiusa per accettare un cambiamento così forte e repentino. Le idee di molti sono le stesse che il padre di Huck esterna nella seconda parte del suo discorso sul governo:
Oh, yes, this is a wonderful govment, wonderful. Why, look here. There was a free nigger there, from Ohio; a mulatter, most as white as a white man. He had the whitest shirt on you ever see, too, and the shiniest hat; and there ain’t a man in that town that’s got as fine clothes as what he had; […] And what do you think? They said he was a p’fessor in a college, and could talk all kinds of languages, and knowed everything. And that ain’t the wust. They said he could vote, when he was at home. Well, that let me out. Thinks I, what is the country a-coming to? It was ‘lection day, and I was just about to go and vote, myself, if I warn’t too drunk to get there; but when they told me there was a State in this country where they’d let that nigger vote, I drawed out. I says I’ll never vote agin. Them’s the very words I said; they all heard me; and the country may rot for all me.38
Ancora più conciso ed efficace è il commento che zia Sally (ma Huck in questo caso non è da meno) fa quando apprende dal ragazzo che il battello sul quale viaggiava si è incagliato:
‘Good gracious! Anybody hurt?’
‘No’m. Killed a nigger.’
‘Well, it’s lucky; because sometimes people do get hurt.’39
Alcuni critici, come Leslie Fiedler, sostengono che a Twain non importasse rendere giustizia ai neri e dare loro dignità, che la figura di Jim, con le sue superstizioni e false credenze, rientri in uno stereotipo negativo, ma a mio avviso la situazione è diametralmente opposta: il nero Jim è senza dubbio il personaggio più profondo e pieno di sfaccettature dell’intero romanzo, rappresenta quella parte emotiva di Huck che solo di rado emerge, forse perché il ragazzo non sa di averla o vuole tenerla nascosta. I grandi discorsi presenti nella narrazione sono quasi sempre affidati alle parole di Jim, che riguardino la famiglia, la religione e la superstizione, la morte o l’amicizia. Jim ha una figlia alla quale un giorno chiese di chiudere la porta di casa, ma lei non lo fece. Per questo le diede un violento schiaffone e poi andò nell’altra stanza per qualche minuto. Tornato da lei, la vide seduta nella stessa posizione di prima, e la porta era ancora aperta.
My, but I wuz mad! I was a-gwyne for de chile, but jis’ den – it was a do’ dat open innerds – jis’ den, ‘long come de wind en slam it to, behine de chile, ker-blam! – en my lan’, de chile never move’! My breff mos’ hop outer me; en I feel so – so – I doan’ know how I feel. […] Oh, Huck, I bust out a-cryin’ en grab her up in my arms, en say, ‘Oh, de po’ little thing! De Lord God Amighty fogive po’ ole Jim, kaze he never gwyne to fogive hisself as long’s he live!’ Oh, she was plumb deef en dumb, Huck plumb deef en dumb – en I’d ben a-treat’n her so!40
Certo, Twain riconosce dei limiti nella cultura della popolazione nera, primo fra tutti il peso che ha la superstizione nella loro vita. Jim pensa che sua figlia sia sordomuta a causa della potente fattura di alcuni spiriti maligni, o che il fatto di avere le braccia e il petto molto pelosi sia segno che in futuro si diventerà straordinariamente ricchi, o ancora che toccare la pelle di serpente porti sfortuna, ma tutto questo fa parte del retaggio culturale di un popolo, quello stesso retaggio che veniva completamente ignorato durante la tratta degli schiavi. Per di più Twain, con la consueta ironia, fa in modo che alcuni di questi segnali premonitori si avverino: dopo avere toccato la pelle di un serpente il tabacco a disposizione di Huck e Jim finisce, con loro sommo disappunto; alla fine delle avventure Jim guadagnerà effettivamente del denaro, ringraziando il fatto di avere il petto villoso.
La profonda sensibilità di Jim emerge in più punti del racconto, da quando impedisce ad Huck di vedere il cadavere di suo padre sulla casa galleggiante a quando, una volta catturato dagli zii di Tom, si presta, con tutta la pazienza di cui è capace, alle rocambolesche manovre del ragazzo per liberarlo “come si deve”, con gesta eroiche degne di essere narrate in un libro. Jim mostra fino in fondo la grandezza del suo animo e la sua personalità quando scopre che Huck, che lui credeva morto, gli ha giocato uno scherzo perfido, facendogli credere si sia trattato di un sogno:
‘When I got all wore out wid work, en wid de callin’ for you, en went to sleep, my heart wuz mos’ broke bekase you wuz los, en I didn’ k’yer no mo’ what become er me en de raf’. En when I wake up en fine you back agin, all safe en soun’, de tears come, en I could a got down on my knees and kiss yo’ foot, I’s so thankful. En all you wuz thinkin’ ‘bout wuz how you could make a fool uv ole Jim wid a lie. Dat truck dah is trash; en trash is what people is dat puts dirt on the head er dey fren’s en makes ‘em ashamed.’ […] It made me feel so mean I could almost kissed his foot to get him to take it back. It was fifteen minutes before I could work myself up to go and humble myself up to a nigger; but I done it, and I warn’t ever sorry for it afterwards, neither.41
Forse, se il padre di Huck avesse sentito questo discorso, avrebbe cominciato a pensarla diversamente.
Umiliarsi e chiedere scusa richiede un po’ di tempo di riflessione per Huck, ma non perché sia un ragazzo cattivo, semplicemente la civilizzazione che fino a quel momento la vedova Douglas o la chiesa gli avevano insegnato non prevedeva di dare a uno schiavo la considerazione di un essere umano. Il conflitto interiore che attanaglia Huck ad un certo punto della narrazione è emblematico di questi insegnamenti, rappresenta un momento storico significativo all’indomani della guerra civile americana, quando le coscienze delle persone erano ancora combattute riguardo il destino degli schiavi. Improvvisamente Huck realizza ciò che sta accadendo, si rende conto di stare aiutando un nero fuggitivo a passare il confine e raggiungere uno stato libero, e che la colpa di questo comportamento così sbagliato è solo sua. Decide quindi di tradire Jim e consegnarlo ai primi uomini che incontra. Presa questa risoluzione il ragazzo si sente molto più tranquillo e felice, a posto con la coscienza sapendo di dovere agire a quel modo. Tuttavia, vedendo Jim al settimo cielo al pensiero di riabbracciare la sua famiglia, comincia a sentirsi male e proprio nel momento in cui avrebbe la possibilità di consegnarlo a due barcaioli, la sua determinazione viene meno e ancora una volta mente per salvarlo.
They went off, and I got aboard the raft, feeling bad and low, because I knowed very well I had done wrong, and I see it warn’t no use for me to try to learn to do right; a body that don’t get started right when he’s little, ain’t got no show – when the pinch comes there ain’t nothing to back him up and keep him to his work, and so he gets beat. Then I thought a minute, and says to myself, hold on; s’pose you’d a done right and give Jim up, would you felt better than what you do now? No, says I, I’d feel bad – I’d feel just the same way I do now. Well, then, says I, what’s the use you learning to do right when it’s troublesome to do right and ain’t no trouble to do wrong, and the wages is just the same?42
I pensieri di Huck sono molto contrastanti, e fino all’ultimo è convinto di avere agito male non avendo consegnato Jim agli uomini. L’ambiguità del suo pensiero, però, è la diretta conseguenza degli insegnamenti di una società che, proprio come Huck e Danny, si trova a dovere affrontare una situazione cui non è ancora preparata, più grande di lei. Leslie Fiedler afferma che Huck giunge a vedere nello schiavo una sorta di sdoppiamento di sé stesso e che sia solo questo il motivo per cui mente per salvarlo, ma che in realtà non gli importi seriamente del suo destino. Tuttavia l’amore che i due provano l’uno verso l’altro è dei più puri e sinceri, l’unico loro anelito ad ogni sosta che li divide è quello di ricostituire il loro esclusivo rapporto sulla zattera. Se è vero che il loro legame non avrà un futuro, perché Jim ha la sua famiglia e Huck ha le sue avventure da ragazzo libero, e nemmeno un passato, dal momento che l’isola li ha divisi dal resto del vicino villaggio, nel quale la gente crede Huck morto e Jim introvabile, il loro presente, ancorché breve ed effimero, è comunque vissuto all’insegna di un intenso sentimento di complicità e rispetto; se mai i due dovessero reincontrarsi, è certo che non farebbero finta di non riconoscersi rinnegando una vecchia amicizia, ma correrebbero l’uno nelle braccia dell’altro abbracciandosi e ricordando concitatamente le avventure passate insieme. Il comportamento di Huck è come una goccia in mezzo al mare, che però riesce a smuovere, seppur minimamente, le acque, mostrando come anche un ragazzo come lui sia riuscito ad intessere un rapporto tutt’altro che normale, ma di certo positivo, con uno schiavo nero. Il ragazzo agisce bene proprio quando è convinto di sbagliare e dimostra di non essere quell’ignorante che tutti credono.
Se già non bastavano le affermazioni di T. S. Eliot quando trova che Twain e Huck all’interno del romanzo siano la stessa persona, o le affermazioni di S. F. Fishkin riportate poche pagine fa su Jimmy e Jerry, i personaggi presi come modello per Huckleberry Finn, ora il pensiero di Mark Twain riguardo la schiavitù o i bianchi e i neri dovrebbe essere più chiaro e i dubbi dissipati. La tesi principale della Fishkin, tra l’altro, si dirama in due direzioni: dimostrare quanto siano “nere” le radici di Huck e, di conseguenza, dare grande risalto alla figura di Jim:
[…] reading Huckleberry Finn in an American secondary school classroom can be an enormously painful experience for a black student. Twain’s sympathy for Jim may have been genuine, but Jim’s voice retains enough of minstrelsy in it to be demeaning and depressing. Black students reading the book may well identify […] with Huck, instead of Jim. Given our awareness now of the extent to which Huck’s voice was black, black students who find themselves identifying with Huck may feel somewhat less ambivalence. After all, they are not identifying “against” their race: rather, they are choosing which of two black voices in the book they find more appealing.43
Ecco in che modo Huck e Jim possono venire considerati come un unico personaggio, e nell’identificarsi nell’uno o nell’altro persino un lettore nero non si schiererebbe contro il suo stesso popolo. Forse, però, è addirittura esagerata l’affermazione secondo cui la voce di Jim sia giullaresca, tanto che diminuisce la stima e il valore del personaggio agli occhi di uno studente di colore. La sua voce ha sicuramente meno peso di quella di Huck o di tutti gli altri personaggi bianchi del racconto, ma le prove che non sia inferiore a esse moralmente sono già state presentate negli stralci di discorsi citati precedentemente. Forse il motivo per cui oggi per un lettore nero sia meno frustrante identificarsi in Huck piuttosto che in Jim risiede nel carico di brutti ricordi, vissuti in prima persona o studiati sui banchi di scuola, che accompagnerebbe quest’identificazione, non tanto nella vergogna nel riconoscere le radici del proprio popolo. In più, nemmeno il comportamento di Huck è sempre positivo o esente da cattive azioni. Probabilmente l’identificazione risulterebbe meno problematica se il termine di paragone fosse Dick Hallorann, il cuoco saggio, giocherellone, ilare e donnaiolo dell’Overlook Hotel. Non vi è nulla in lui di demeaning o depressing, dietro la facciata giullaresca si nasconde un uomo segnato dalle esperienze della vita, il cui modo di parlare non è diverso da quello di chiunque altro, nemmeno degli illustri ospiti dell’hotel, un uomo che sicuramente si è trovato di fronte molte (forse non così tante e così estreme) delle discriminazioni vissute da Jim quasi un secolo prima di lui. Vi è un invisibile filo rosso che collega il vissuto di questi due personaggi, l’uno è debitore ed erede dell’altro, colui che ricopre l’incarico di capocuoco in uno dei più prestigiosi alberghi della nazione è figlio delle lotte che lo schiavo fuggito in cerca della sua libertà ha combattuto, e dei colpi che ha subito, lo stesso che accade, sul piano letterario, tra Mark Twain e Stephen King. Tralasciando le evidenti voragini sul piano linguistico, non sono poi così tante le differenze tra Jim e Dick, che sin dalla loro prima apparizione emergono dal mare della letteratura penetrando a fondo nel cuore del lettore. Non dimentichiamo poi che Dick possiede quel dono così raro da trovare in un adulto, quell’aura che così pochi sanno usare e che lo innalza, all’interno del romanzo, quasi allo stesso livello di Danny. Ci si potrebbe chiedere perché le forze dell’albergo, così desiderose di possedere l’aura del bambino, non abbiano mai tentato di catturare quella di Dick, che per nove mesi all’anno è costretto a convivere con loro. La risposta è semplice: Dick possiede quelle risorse adatte a combattere contro un buio adulto, sia mentali che fisiche, che lo rendono un avversario ostico da soggiogare. Danny invece, come già si è visto, è vero che possiede un’aura incredibilmente potente, ma è vulnerabile nei propri sentimenti, nell’amore che prova nei confronti della madre e nell’affetto/soggezione verso il padre; resta, in altre parole, pur sempre un bambino, costretto a combattere da solo contro le eterne forze del male. L’Overlook capisce tutto ciò e tenta di sfruttarlo a suo vantaggio. È per questo che tenta in tutti i modi di impedire a Dick di raggiungere Danny, impedendo quindi l’unione delle loro aure, che insieme diverrebbero invincibili. Agli occhi di Danny, Dick diventa quasi un secondo padre, una figura confortante sulla quale poter contare, sempre presente. Quando le cose si mettono male all’albergo, Danny invia un SOS mentale all’amico cuoco, un messaggio talmente potente da raggiungere Dick a miglia di distanza, talmente disperato da non ammettere esitazioni. Stephen King ci mostra l’epopea che egli deve affrontare per raggiungere il bambino in pericolo, dal momento in cui riesce a prendere all’ultimo istante l’aereo all’interminabile viaggio in macchina per le strade innevate del Colorado. Durante il tragitto la fortuna sembra arridergli varie volte, e in più incontra molte persone che possiedono un po’ di aura, quasi che questa forza benefica si stia adoperando per salvare il ragazzo (o forse Dick non si è imbattuto in pelli di serpente di recente, chissà!) Pur non comparendo molto nella narrazione, Hallorann è sicuramente uno dei personaggi principali, uno di quelli considerati “speciali” da King, che contribuisce ancora una volta, come Jim, a rendere giustizia alla sua categoria. Huck e Danny confidano molto in loro, i due neri diventano figure di riferimento per i ragazzi, che in questo modo denunciano una situazione descritta molto bene in un racconto intitolato The Jazz Machine. Ancora una volta cito Richard Matheson non a caso, perché lui insieme a Lovecraft e alcuni altri, è uno dei maestri cui King si è ispirato e continua a ispirarsi per i suoi lavori. Il racconto menzionato parla di un bianco e un nero. Il nero suona la tromba in un locale jazz, riversando nella musica tutto il dolore per la perdita del fratello, ucciso dagli
stivali di quei bianchi del Mississippi
che lo odiavano perché aveva pensato di essere umano
e gli hanno fatto uscire quell’idea dalla testa a calci.44
Il bianco è l’inventore della macchina del jazz, un apparecchio che cattura le note intrise di tristezza che escono dagli strumenti e le traduce, elettronicamente, private della dolce melodia del suono. L’incontro tra i due avviene una notte, all’uscita del locale, e il bianco, il signor Rosa, rivela di sapere che l’altro ha perso il fratello e gli spiega:
‘Considera i più grandi artisti del tuo genere
Armstrong, Bechet, Waller, Hines
Goodman, Mezzrow, Spanier, decine di altri, uomini e donne
tutti ebrei e neri, e sai perché?
Perché i più grandi interpreti jazz
sono coloro che vivono costantemente sotto il peso del pregiudizio?
Sono convinto che è perché il fuoco del pregiudizio altrui
fa convergere tutta la loro forza e sofferenza
in un punto caldo, esplosivo
e da questo nucleo vitale
viene ogni sorta di fissione, violenta ma stagnante
che si libera in brevi espressioni
delle torture che si provano dentro
e che chiedono a gran voce libertà nell’insondabile codice del jazz’
Ha sorriso. ‘Insondabile, fino a oggi’ ha detto.45
Il nero decide di provare la macchina, la quale terminata la musica, gli rigetta in faccia tutto il dolore che ha accumulato. È in quel momento che egli distrugge l’apparecchio del signor Rosa.
L’ho rotta perché dovevo
perché faceva proprio quello che avevi detto
e se l’avessi lasciata stare
ci avrebbe portato via l’unica cosa che abbiamo
e che è solo nostra
quella che nessuno stivale potrà scacciare con un calcio
e nessuna corda potrà strangolare
Ci torturate e ci uccidete
ma dammi retta, bianco
non sono altro che pungoli nella nostra carne
Se ti avessi permesso di andare avanti con la tua macchina
avresti scoperto ogni nostro segreto
e se ci avessi rubato anche quest’ultima cosa
saremmo spariti per non tornare mai più
Prendi quello che vuoi, amico
e lo farai perché tu puoi farlo
ma non provare a toccare le nostre anime.46
Il messaggio è abbastanza chiaro per evitare qualsiasi commento. Se il signor Rosa avesse conosciuto Jim e Dick, forse la sua macchina non avrebbe retto il colpo e sarebbe andata in pezzi comunque. Quello che hanno dentro appartiene solo a loro e solo loro lo conoscono fino in fondo. Il tentativo di queste pagine era quello di mostrare lo sforzo di Mark Twain e Stephen King nel dare voce a coloro che hanno sempre vissuto sotto il peso del pregiudizio e nel sondare, per quanto possibile, le loro anime.


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