Alla scoperta di un’America nascosta: Mark Twain e Stephen King rimuovono il velo di Maya
Conclusioni
Il ballo di mezzanotte è ormai giunto agli ultimi passi, il viaggio sul battello sta per terminare, se ci sporgiamo dal ponte possiamo già scorgere il porto all’orizzonte; Mark Twain e Stephen King stanno salutando e ringraziando tutti gli ospiti, non prima però di prenderci per mano ancora una volta e di raccontarci la favola della buonanotte, anche se in questo caso nessuna fata buona combatterà con noi per sfuggire alle grinfie della strega e non arriverà nessun cacciatore a tirarci fuori dalla pancia del lupo.
La favola comincia con un sogno, iniziato nel lontano 1620, quando un gruppo di determinati avventurieri si imbarcò su una nave dal poetico nome di Mayflower con in testa idee dai nomi altisonanti come City upon the Hill, melting pot, indipendenza, uguaglianza, unità, nuovo inizio, buoni propositi che gli avventurieri sottoscrissero in un patto, l’atto che determinò la nascita delle prime comunità americane e che ben presto venne dimenticato e accantonato in un angolo ad ingiallire in attesa di qualcuno realmente in grado di rispettare le volontà lì descritte, un po’ come la spada nella roccia di Re Artù. Quello che accadde, invece, fu che l’uomo si adoperò in senso diametralmente opposto, dedicandosi ad opere ben poco edificanti come la persecuzione delle streghe a Salem, la tratta degli schiavi, la discriminazione dei neri, la guerra civile e tante altre amenità che riassumiamo con… È a questo punto che entra in scena il primo dei nostri due cantastorie, che riprende a raccontare la favola dandole il titolo Gilded Age, A Tale of Today; e se Twain definisce età dorata questa, c’è proprio qualcosa che non va. Eppure anche lui, come Huck, non è esente da alcuni rimproveri che gli si possono muovere: con la fine della guerra civile l’America, il reame della nostra favola, conobbe di fatto un periodo di forte rinascita e prosperità. Oltre all’abolizione della schiavitù (ma non delle discriminazioni) l’economia riprese vigore e nacquero subito nuove forme di capitalismo, così che l’urbanizzazione prese il suo avvio e si cominciarono a costruire le prime metropoli e le grandi vie di comunicazione. Questo accresciuto benessere, tuttavia e paradossalmente, non fece altro che imbarbarire ancora di più l’uomo, che abbandonò la tanto desiderata wilderness per trasformarsi in una macchina egli stesso, il cui solo scopo era quello di fabbricare soldi. In più cominciarono ad accentuarsi le differenze tra zone tecnologizzate e piccoli villaggi rurali. Da questa sorta di incantesimo malvagio che colpì queste terre non si salvò neppure Twain, che venne completamente irretito dal fascino della tecnologia. Essendo un self-made man povero vide nei nuovi ritrovati della scienza un modo per riscattarsi nella vita e fare fortuna; pur riconoscendo che questa nuova filosofia degradava l’uomo che se ne appropriava, cadde vittima del fascino della macchina, la quale ora veniva adorata come la nuova dea che aveva sostituito il dio-fiume, adoperandosi ad inventare di tutto e di più e fallendo sistematicamente, rovinandosi del tutto. Fortunatamente trasse buoni profitti dai suoi libri nei quali, con infinita autoironia, si dedicò a condannare l’atteggiamento sbagliato di tante altre persone come lui, facendolo con quella sagacia che gli proveniva anche dall’esperienza diretta, dalla delusione provata. La tecnica del principio dell’iceberg, che Hemingway attribuisce a Le avventure di Huckleberry Finn, secondo la quale ciò che si vede in superficie è solo una parte dell’insieme, ma sotto c’è una base molto più complessa, è, a questo punto, rimandabile anche alla vita dello stesso Twain. Così come dietro alle divertenti avventure di Huck si cela una feroce satira all’America, così anche il nostro autore ha dei lati nascosti che preferirebbe non venissero alla luce. Nei suoi due libri qui analizzati emerge proprio questo: in Vita sul Mississippi è evidente la grande differenza stilistica e soprattutto di atmosfera che divide le due parti dell’opera: nella prima, tutta incentrata sul passato, sul suo addestramento per diventare pilota di battelli, la narrazione procede fluida, veloce, quasi immergendoci in un tempo fuori dal tempo come è quello che si vive sul Mississippi; nella seconda, in cui il presente si fa strada implacabile, avvertiamo una pesantezza e come una fatica nel descrivere ciò che è stato, gli occhi dell’adulto rivedono malinconici la vecchia Hannibal e le ombre del signor Bixby e degli altri compagni. In Huckleberry Finn, poi, è superfluo ricordare le differenze tra i momenti vissuti sulla zattera e quelli sulla terraferma. Insomma, emerge preponderante la contrapposizione tra civiltà e wilderness e la ancora lontana unitarietà che dovrebbe caratterizzare gli stati americani. Questi due temi Twain li mette in risalto organizzando la narrazione ad episodi, così che ottiene il doppio risultato di operare una cesura tra il violento mondo sulla riva e le paradisiache parentesi sulla zattera da un lato e la frammentarietà che caratterizza i villaggi visitati dall’altro. Gli unici momenti in cui tutti questi piccoli agglomerati urbani trovano un punto in comune, in cui percepiamo un senso di unità, sono dati dalla violenza, dalla sete di denaro, dalla bigotteria che accomuna i loro abitanti. Questo accade, secondo Leslie Fiedler, perché
al tempo dell’infanzia, la mente di Mark Twain uomo tornò più e più volte, solo per scoprire che aveva vissuto quel periodo in seno a una società inquinata da disordine, violenza e schiavitù.61
L’ambiguità e i dilemmi interiori che corrodono Huck derivano quindi anche dalla consapevolezza sorta in Twain che la sua stessa infanzia ad Hannibal fu vissuta a stretto contatto con figure come quella di pà e dell’indiano Joe, nello stesso momento in cui egli viveva la sua innocenza e libertà di ragazzo.
La violenza è presente dappertutto, solo che, per un motivo o per l’altro, non è considerata contraria all’innocenza […] Si direbbe che in tutta la sua opera Mark Twain vada affermando che la violenza […] non conta […] Ma non è tutto qui; perché insieme con questa bruta ammissione, c’è in Mark Twain come un’ossessione di esserne colpevole lui, un’incapacità d tacerne. Il suo atteggiamento nei riguardi della violenza è in definitiva tanto complicato, sottile e deliberatamente ambiguo, quanto ingenuo, sentimentale e disperatamente evasivo è quello verso il sesso.62
È inutile tentare di dire l’ultima parola su questo tema, nemmeno lo stesso Twain aveva le idee così chiare. Quello che è certo è che il suo è un tentativo di redenzione per una realtà cui crede di avere contribuito egli stesso, anche se inconsapevolmente, sin da bambino. Nel limitarsi a mostrarci la violenza che pervade l’intera nazione da nord a sud Twain compie una sorta di confessione con tutti i suoi lettori, lasciando a loro il compito se condannare o assolvere Huck, e quindi lui stesso. In definitiva Twain censura la violenza, Huck, come sappiamo, è il ragazzo più pacifico che esista, ma la tendenza dell’intero romanzo è quella di non commentare quasi mai gli atti estremi che vengono narrati, ma piuttosto girarsi dall’altra parte per non vederli, come se l’autore non voglia in alcun modo influenzare i suoi giudici. Essi, però, sono gli stessi americani che Twain descrive nel romanzo nei termini che ben conosciamo, così che ci troviamo di nuovo al punto di partenza. La favola che lo scrittore ci racconta è quindi anomala, non c’è una definitiva sconfitta del negativo e nemmeno una morale finale. Per questa Twain ha lasciato uno spazio in fondo alla pagina liberandosi di questo fardello, perché siamo noi a scriverla.
Con il passare del tempo, con l’aumento sempre più graduale del benessere e della tecnologia, e con la conseguente frenesia che trasformò i sonnolenti villaggi ritratti da Twain, tutti questi problemi furono dimenticati, o meglio, deliberatamente ignorati, arrivando ad assumere quell’alone di mito che caratterizza il periodo dell’infanzia della nazione americana, così come mitica è diventata la figura di Huck. Di tanto in tanto, però, alcune personalità spiccarono tra le altre, risvegliandosi dal torpore della Valle del Sonno e rendendosi conto di dovere ravvivare il ricordo sopito, denunciando tutto ciò che di sbagliato vedevano nel crogiuolo del quale erano parte. Prendendo in mano carta e penna, il microfono, il pennello, o qualunque fosse il loro strumento di espressione, continuarono ad aggiungere pagine alle tante di cui già si compone la nostra fiaba, sperando non di scrivere la parola fine, quanto di riuscire a richiudere le tante crepe che vedevano dipanarsi nel loro mondo, sottili ma molto fitte. L’epopea di tutti questi cantori giunge sino ai giorni nostri, dove Stephen King è pronto a raccoglierla e a seguire il cammino fin qui svolto da tutti i suoi predecessori. Nelle piccole cittadine del suo universo, Derry, Castle Rock, Salem, Little Tall Island, Desperation, torniamo ancora una volta ad atmosfere alla Washington Irving e alla sua Sleepy Hollow, alla Mark Twain e alla sua St. Petersburg, solo per accorgerci che poco o nulla è cambiato da allora, che esistono ancora piccoli agglomerati urbani i cui abitanti rappresentano tutti delle moderne versioni di un Rip van Winkle, che a pochi passi dalle metropoli tecnologizzate scelgono di ignorare ciò che cambia a grande velocità attorno a loro e che, purtroppo, rimangono arretrati anche nella loro mentalità.
Ora è questa la vera wilderness, cha ha soppiantato quella naturale inglobata dal progresso, e che ha reso veramente wild, ma in senso negativo, la maggior parte delle persone. In tanti romanzi di Stephen King sono davvero pochi i momenti di azione, il suo grande talento sta proprio nell’indagine psicologica dei comportamenti umani, che riesce a rendere in mille versioni diverse. Di queste, però, pochissime sono quelle positive, le quali, a loro volta, appartengono nella maggior parte dei casi ai bambini o alle sue persone “speciali”. Per il resto sono la negatività e il male, l’ipocrisia e la falsità a emergere preponderanti dall’accurata analisi, come se in fondo i due fuggiaschi delle famiglie Grangerford e Shepherdson fossero riusciti effettivamente a sfuggire ai loro inseguitori solo per perpetuare una stirpe i cui frutti non sono caduti tanto lontano dall’albero come avrebbero dovuto, e che continueranno a portarsi dietro come un fardello la loro faida per l’eternità. Basterebbe leggere uno solo dei romanzi di King sulla cittadina di Castle Rock per rendersi conto di quanto a fondo il male si sia radicato nelle viscere della città (prototipo della città americana, si intende), tanto che nell’ultimo romanzo del ciclo, Cose Preziose, il Diavolo in persona fa la sa apparizione nelle vesti di Leland Gaunt, un bonario signore che apre un negozio di antiquariato in cui poter trovare tutto ciò che si desidera. Senza nulla invidiare a Mark Twain, King ci mostra come in pochissimo tempo gli affabili abitanti del paese si trasformino in truffatori, assassini, stupratori e ladri solo per ottenere una vendetta repressa troppo a lungo o un effimero momento di puro godimento sadico. Alla fine neppure lo stesso King potrà sopportare questa situazione e sarà costretto a distruggere letteralmente Castle Rock in un incendio purificatore, proprio come accade all’Overlook Hotel e a Jack Torrance. Quello che l’autore compie in questi come in tutti gli altri suoi romanzi è un atto estremo di denuncia, è un ennesimo tentativo di aprire gli occhi ad una nazione che si è sempre creduta in vetta al mondo, la più potente, l’invincibile America, terra di grandi speranze e di rinnovamento che però sembra volere deliberatamente ignorare i lati in ombra della sua storia, a cominciare dai già citati episodi dell’infanzia della nazione per giungere ad episodi ben più recenti come la guerra in Vietnam o l’11 settembre 2001, avvenimenti dalla portata gigantesca anche per il fatto che hanno colpito appunto l’apparentemente incrollabile America.
Dice bene Antonio Faeti quando afferma che per un lettore lontano geograficamente da questa nazione le opere di King risultano ancora più affascinanti, perché scardinano lo stereotipo di perfezione che la circonda facendo sì che una inconsapevole invidia e allo stesso tempo un’antipatia verso di essa vengano mitigate nel constatare che in fondo anche qui non mancano seri problemi. Faeti però non si chiede quello che gli americani stessi provano nel leggere questi romanzi; è lo stesso discorso che vale per Twain, e dato che il successo di entrambi gli autori anche in America è stato enorme, forse si può concludere pensando che non ci sia la consapevolezza in loro di quello che viene detto, che inconsciamente vogliano vedere in Huckleberry Finn e Mark Twain un mondo legato all’ironia e all’infanzia, e in Shining e Stephen King il semplice romanzo dell’orrore fine a sé stesso. È lo stesso atteggiamento che caratterizza Huck di fronte alla violenza, voltare lo sguardo per non vedere. Ancora una volta, bisogna pensare che i tempi non siano ancora maturi per un cambiamento e per un confronto diretto con la realtà, perché il rischio è quello di trovarsi di fronte a reazioni simili a quelle narrateci da Twain, col pericolo di rimanere poi virtualmente intrappolati tra le mura di un albergo in compagnia dei propri incubi peggiori.
Ecco allora che, pur se lontano dal porre la parola fine alla lunga fiaba che sta narrando, Stephen King ci propone una provvisoria morale, la quale non ha nulla di positivo. La sua favola personale era cominciata già da bambino assieme a quella di tanti altri come lui, anche se gli indizi di qualcosa che non andava erano già ben presenti. Ci racconta in Danse Macabre:
Eravamo terreno fertile per i semi del terrore, noi bambini della guerra: eravamo cresciuti in una strana atmosfera da circo, mista di paranoia, patriottismo e hybris nazionalistica. Ci avevano detto che eravamo la più grande nazione della Terra e che se un fuorilegge venuto dalla Cortina di Ferro avesse provato a sfidarci nel grande saloon della politica avrebbe imparato chi era la pistola più veloce del West […], ma ci avevano anche detto cosa dovevamo tenere nei rifugi antiatomici e quanto tempo avremmo dovuto starci dopo aver vinto la guerra. Avevamo più cibo di ogni altra nazione nella storia del mondo ma c’erano tracce di stronzio 90 nel nostro latte, per via degli esperimenti nucleari.63
Solo due presagi, neanche tanto piccoli, di quelle infide crepe che si sarebbero moltiplicate sul vittorioso suolo americano. Ma non è finita qui, il peggio deve ancora venire, e anche King è destinato a vedere fallire tutte le sue belle speranze:
Eravamo i figli degli uomini e delle donne che avevano vinto ciò che John Wayne, il Duca, chiamava “quella grossa” e, quando la polvere si era posata, c’era l’America sul podio […] Inoltre, avevamo una grande storia da cui attingere soprattutto nel campo delle invenzioni e delle innovazioni. Ogni professore di liceo usava le stesse due parole per il diletto dei suoi studenti, due parole magiche che splendevano e brillavano come un’insegna al neon; due parole di incredibile grazia e potere: pioneer spirit[…] Un futuro fatto di spirito dei pionieri; anche meglio, fatto di spirito americano dei pionieri […] Era questa la culla di elementare teoria politica e sogni tecnologici in cui eravamo stati tenuti io e molti altri bambini della guerra fino a quel giorno d’ottobre, quando la culla fu rudemente strattonata e noi cademmo tutti. Per me fu la fine dei sogni… E l’inizio di un incubo.64
Era veramente una culla di ovatta e bambagia quella in cui crebbe il piccolo Stephen, e quando ne cadde fuori riuscì a non riportare gravi danni forse grazie alla corazza e alla tempra che aveva dovuto sviluppare così presto, dopo l’abbandono del padre e l’inevitabile assenza della madre. Lo spirito pionieristico che aveva contraddistinto i passeggeri della Mayflower è quello che i professori elogiano tanto ai loro studenti, ma del quale nascondono i retroscena scabrosi. Ma alla fine, almeno per Stephen King, essi vennero fuori quel giorno di ottobre del 1957, quando cioè apprese due verità incontestabili: il lancio in orbita del satellite russo Sputnik e la fine della breve egemonia dell’America sul mondo, l’infrangersi del famoso sogno americano.
Alla fine degli anni ’50 e fino alla metà degli anni ’60 in televisione apparve una serie dedicata alla fantascienza e al sovrannaturale che fece conoscere ed amare questo genere a tutti i telespettatori. Gli episodi duravano meno di mezz’ora e per questo la caratterizzazione dei personaggi non poteva essere completa, ma i temi trattati e soprattutto il modo in cui venivano affrontati problemi come la guerra, i campi di concentramento, l’integrazione, calati in un contesto fantastico, hanno reso indimenticabile questa trasmissione, che spesso, come accade per i nostri due romanzi, nascondeva queste denunce dietro una cornice formata da mostri, alieni o viaggi nel tempo. Sto parlando di The Twilight Zone, creata da Rod Serling, che per cinque anni tenne compagnia agli utenti. Il programma di Serling si pone a metà tra l’attività di Mark Twain e quella di Stephen King: guardando un episodio a caso della serie affioreranno immediatamente alla memoria i piccoli villaggi sulle rive del Mississippi, nei quali non sarebbe difficile immaginare ambientati numerosi episodi di The Twilight Zone. Dopo un inizio lento e apparentemente tranquillo, ecco esplodere improvviso un evento sconvolgente che spezza la serenità e ci trasporta ai confini della realtà, gli stessi territori visitati da Huck e Danny. Time enough at last, The eye of the beholder, Nightmare at 20.000 feet, The obsolete man sono pochissimi degli esempi che si possono citare per dimostrare che un filo rosso lega Twain e Serling. King, da bravo scolaro, ha diligentemente studiato la loro lezione e in Danse Macabre afferma di essere rimasto profondamente affascinato da alcuni episodi, che a volte gli servirono anche da ispirazione.
Questa parentesi su The Twilight Zone non è fatta a caso, ma introduce un ultimo elemento che lega ancora più strettamente Twain e King: una delle peculiarità degli episodi della serie è quella di condurre veramente lo spettatore in un’altra dimensione, in un tempo passato che spesso, non sempre, ha il sopravvento sul presente, quasi a volere spingere l’occhio di chi guarda a voltarsi indietro, non, come fa Huck, per non vedere, ma proprio per mostrare tutti gli sbagli compiuti oltre i quali, all’inizio dei tempi, c’era l’eden, quella City upon the hill tanto agognata. La breve morale che la voce di Serling ci propone alla fine di ogni episodio è la stessa a cui Twain e King tentano di farci giungere, anche loro puntando il dito verso il passato.
Esaminando in dettaglio Le avventure di Huckleberry Finn e Shining si potrà notare che i rimandi ad eventi trascorsi sono innumerevoli: sin dall’inizio della narrazione Huck ci avverte che il suo nome è già comparso in un libro scritto anni prima da un certo Mark Twain, nel quale si narravano parte delle sue avventure; il ritorno di pà e il suo tentativo di appropriarsi dei soldi guadagnati dal figlio; le reminiscenze di Jim riguardo la sua famiglia; la rivelazione della morte di pà e della liberazione di Jim, avvenute già all’inizio del libro; infine, la scoperta che è lo stesso Huck che sta scrivendo delle sue peripezie quando oramai esse sono concluse da tempo. In Shining vengono citati più volte i membri della spedizione Donner, che anni prima, smarritisi tra quelle montagne, furono costretti a ricorrere al cannibalismo per sopravvivere; il passato da alcolista di Jack e l’episodio del braccio rotto di Danny; la lite scatenatasi tra Jack e uno studente balbuziente avvenuta quando ancora insegnava all’università e che fu la causa del suo licenziamento; i rapporti interrotti anni prima da Wendy con la madre; infine, i continui rimandi al passato dell’Overlook Hotel e all’intenzione di Jack di scriverne la storia in un romanzo. Ora, qui siamo nel campo della mera congettura e potrebbe non significare nulla, ma non credo nemmeno sia un caso che questi episodi, alcuni dei quali irrilevanti ai fini della storia in sé, convergano tutti ad un indeterminato tempo trascorso. Come ribadisco, sono convinto che questo sia un tacito messaggio inteso a volgere l’attenzione da una parte verso un passato relativamente recente come è quello della nostra giovinezza, nel quale possedevamo un terzo occhio attivo e ricettivo, dall’altro verso il periodo ben più remoto dei primordi dell’umanità, perché anche se nessuno degli episodi sopra citati è positivo, pure rappresenta una crescita ed un insegnamento e la dimostrazione che, con la volontà di volerlo fare, si può tornare sui propri passi ed evitare di aggravare ulteriormente le cose.
Il viaggio ora è veramente giunto al termine e nel mettere piede a terra non mi pongo sullo stesso livello di King ringraziando i Fedeli Lettori, mi limito ad augurarmi di non essere approdato in uno dei villaggi visitati da Huck, quanto di poterlo raggiungere, prima o poi, nei Territori.



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