Alla scoperta di un’America nascosta: Mark Twain e Stephen King rimuovono il velo di Maya
Sublime
Sublime objects are vast in their dimensions, beautiful ones comparatively small; beauty should be smooth and polished, the great, rugged and negligent; beauty should shun the right line, yet deviate from it insensibly; the great in many cases loves the right line, and when it deviates it often makes a strong deviation; beauty should not be obscure, the great ought to be dark and gloomy; beauty should be light and delicate, the great ought to be solid, and even massive; they are indeed ideas of a very different nature, one being founded on pain, the other on pleasure.51
Edmund Burke, nel 1757, scrisse le sue considerazioni sul bello e sul sublime, inserendosi all’interno di un dibattito iniziato già in epoca antica e che dalla metà del ‘500 aveva ripreso vigore. Nel momento in cui Burke annota le sue osservazioni la questione si è spostata da aspetti più filosofici ad un discorso riguardante la natura, ed è questo che qui ci interessa, perché ne Le avventure di Huckleberry Finn e Shining proprio la natura, e la forza che essa sa scatenare, acquistano un ruolo di primo piano. La distinzione che Burke opera tra bello e sublime ci aiuterà a comprendere in che misura Twain e King, consapevoli o meno, abbiano utilizzato queste due istanze nella descrizione del paesaggio.
Come emerge dal passaggio riportato sopra, bello e sublime hanno ben poco in comune: se il primo predilige oggetti piccoli, lisci e levigati, non oscuri, chiari e delicati, il secondo ama la vastità, la trascuratezza, la ruvidezza, la tenebra e la solidità. In poche parole, il bello provoca solo piacere, mentre nel sublime c’è anche un aspetto negativo, così che si può concludere che la caratteristica fondante di queste due realtà è per uno la gioia, per l’altro il dolore. Tuttavia, quando si parla di dolore, non si vuole intendere necessariamente un dolore fisico, ma un qualcosa di inspiegabile che colpisce nel profondo e che lascia meravigliati e inquieti allo stesso tempo nell’osservare un fenomeno naturale o nel ritrovarsi in una situazione tale per cui ci si rende improvvisamente conto della propria limitatezza e finitudine di esseri umani nei confronti dell’enormità della natura. È in questo momento che si viene colti dal puro terrore nel constatare l’impotenza verso una forza che resta incomprensibile e smisurata anche all’occhio più allenato. Eppure l’attrazione che essa esercita su di noi è altrettanto potente, tanto che il nostro animo non sa più se temerla o desiderarla, e di fatto la teme e la desidera nello stesso momento. Ora, è evidente lo strapotere che nei nostri romanzi il sublime esercita sul bello, a partire dagli aspetti già esaminati del Mississippi, l’irruente e inarrestabile scorrere delle sue acque, per finire nelle montagne del Colorado, tra bufere di neve e labirintici corridoi di un albergo. La sensazione appena descritta è la stessa che coglie Wendy nell’osservare il paesaggio da una piazzola panoramica:
Per Wendy fu come scoprire la verità in una frase stereotipata: si sentì mozzare il fiato. Per un attimo non fu neppure in grado di respirare. Il panorama le aveva letteralmente bloccato il respiro. Erano prossimi alla sommità di una vetta. Di fronte a loro – e chi poteva dire a che distanza? – si ergeva nel cielo una montagna ancora più alta, la cima frastagliata come una sagoma stagliata in lontananza e ora aureolata dal sole, che iniziava la parabola discendente. Ai loro piedi si spalancava l’intero fondovalle, e i pendii che avevano scalato nell’ansimante maggiolino degradavano con tale vertiginosa subitaneità che Wendy temette, qualora vi avesse affondato lo sguardo troppo a lungo, di avere un accesso di nausea e magari un conato di vomito. La fantasia sembrava destarsi alla vita nell’aria limpida, strappando le redini della ragione, e guardare equivaleva a vedere inequivocabilmente sé stessi piombare giù, cielo e pendii che cambiavano posto in lente rotazioni, l’urlo che ti usciva galleggiando dalla bocca, simile a un pigro pallone, mentre capelli e vestiti si gonfiavano al vento.52

L’Overlook Hotel si trova proprio nel mezzo di questa visione che, nonostante tutto, strappa un’esclamazione di estasi dalle labbra di Wendy. È questa l’essenza del sublime, è un fascino subdolo che mentre provoca nausea fa quasi sentire l’impulso di gettarsi nel vuoto per sentire la sensazione del vento e risveglia emozioni che fino ad allora sembravano ristagnare immote, incapaci di trovare una via di sfogo. Leggendo questo passaggio vengono in mente tanti dipinti, da The Savage State di Thomas Cole, appartenente al ciclo Course of the Empire, a Kindred Spirits di Asher Brown Durand, passando per alcuni artisti romantici come William Turner o Caspar David Friedrich, con i suoi Viandante sul mare di nebbia e Le bianche scogliere di Ruegen. È nell’Ottocento infatti che le idee sul sublime trovano terreno fertile per il loro sviluppo, quando con il Romanticismo i temi prediletti diventano la natura, la notte, l’oscurità, l’immaginazione, tutto ciò che ha a che fare con l’intimo dell’animo. La figura umana viene ridimensionata, per dare più risalto alle proiezioni della mente. Nei dipinti è il paesaggio che predomina sulla tela; l’uomo, quando è presente, è solo un minuscolo elemento che contempla rapito la sua maestosità. È lo stesso che accade a Wendy, Jack e Danny su quella piazzola. Proviamo a immaginarli, proprio come gli spiriti affini del dipinto di Durand, tre puntini che si stagliano contro un cielo rosso al tramonto, che alzano il braccio ad indicare l’albergo in lontananza, circondato dai pendii coperti di alberi delle montagne, le cui cime innevate sono nascoste da nuvole scure cariche di pioggia; un’immagine sublime in tutti i sensi. Quando poi la pioggia si trasformerà in neve, lasciando la famiglia completamente isolata, il sentimento del sublime si accentuerà ancor più, quando di notte, al caldo e sicuri (più o meno) sotto le coperte, tutti e tre proveranno un misto di piacere e inquietudine nell’udire le violente raffiche di vento abbattersi contro le pareti dell’Overlook.
Uno degli aspetti più affascinanti dei dipinti che si possono definire a tutti gli effetti sublimi, è il fatto che la figura umana, pur non riuscendo a comprendere la vastità della natura, non ne è in nessun modo allontanata o esclusa, ma si trova completamente immersa in essa. La contemplazione e lo studio avvengono per contatto diretto, anche se a volte sono ben visibili le tracce di un vicino villaggio o accampamento cui l’incredulo uomo possa fare ritorno. È la stessa esperienza che ha vissuto Thoreau, che per alcuni mesi ha deciso di andare a vivere nei boschi pur tornando frequentemente nel mondo civilizzato per mangiare o stare con gli amici. Ed è quello che accade anche ad Huck e Jim, per i quali le sponde del fiume e l’approdo alla terraferma non sono mai negati. Le strade di Huck e Danny prendono qui momentaneamente direzioni diverse, perché c’è un momento, in Shining, in cui questo ritorno non è più possibile, in cui dentro l’hotel Danny è attaccato dal padre e dagli altri spiriti, mentre fuori lo bloccano alcuni metri di neve e nientemeno che delle belve feroci come un leone o un grosso cane, una sorta di giungla formata dalle siepi del giardino che l’albergo rende vive e pericolose. In questo caso si raggiunge un livello ancora più elevato di sublime, un livello sconosciuto che porta alle estreme conseguenze quel terrore che fino adesso era unito alla meraviglia. L’attrazione verso quel misterioso fenomeno viene a mancare dal momento che ogni contatto con la rassicurante realtà quotidiana popolata da altre persone è eliminato. È questo che divide Twain e King nel trattare il tema della natura: Danny si trova di fronte una barriera invalicabile, è circondato da ogni parte da due forze molto potenti, quella dell’albergo e quella naturale, ma se contro la prima il bambino può avvalersi dell’aura, c’è ben poco che possa fare per contrastare la seconda. Huck deve vedersela con il Mississippi, e non sono poche le volte in cui il dio-fiume sembra reclamare il suo sacrificio, ma non si ha mai l’impressione che non possa farcela, che non abbia la forza necessaria a cavarsela in queste situazioni. Sin dal momento in cui va a vivere con il padre nella capanna in mezzo al bosco o quando si rifugia sulla Jackson’s Island per cominciare poi il suo viaggio sulla zattera lo vediamo estremamente sciolto e a suo agio a muoversi in questi territori, non viene mai il dubbio ‘ma riuscirà a cavarsela?’ Questo accade piuttosto nei momenti in cui l’idillio che vive sulla zattera con Jim si spezza ed entra in contatto con le persone dei diversi villaggi che visita. È qui che lo vediamo impacciato, incapace di mentire e di ricordarsi le menzogne che ha inventato, costretto a sottostare agli ordini del Re e del Duca e poi di Tom Sawyer. Questo accade forse perché, come osserva T. S. Eliot,
[…] Mark Twain is a native, and the river god is his god. It is as a native that he accepts the river god, and it is the subjection of man that gives to man his dignity. For without some kind of god, man is not even very interesting.53
Huckleberry è Mark Twain, lo stesso Twain che passò così tanti anni a bordo del battello a vapore sul fiume da considerare questo dio il suo dio, terribile e imprevedibile, sì, ma anche incredibilmente attraente. È dunque il fiume che contiene in sé le caratteristiche del sublime, compreso il fatto, come afferma Burke, che se la bellezza deve evitare la linea retta e deviare da essa insensibilmente, la grandiosità in molti casi ama la linea retta e quando devia da essa compie spesso una forte deviazione. Il che significa che mentre il bello, per essere veramente tale, deve staccarsi dalla normalità e dai canoni predefiniti, ma non di troppo, per evitare eccessi, il sublime coglie tutti allo stesso modo con quella sensazione di paura e attrazione, ma poi ognuno, al culmine del sentimento, viene colto da una sensazione unica e irripetibile, solo sua. Allo stesso modo il Mississippi rappresenta per tutti il fiume meraviglioso e terribile che è, per trasformarsi in seguito in un inseparabile compagno di viaggio (come è per Huck) o nell’implacabile dio. Se poi vogliamo prendere alla lettera l’affermazione di Burke, basterà sfogliare un atlante e notare, con un pizzico di fantasia, come il Mississippi somigli ad una linea che va da nord a sud compiendo, ogni tanto, improvvise deviazioni.
Le strade dei nostri due eroi tornano a ricongiungersi alla fine delle loro avventure, nel momento in cui il male è stato sconfitto, i misteri sono stati chiariti e tutto è tornato alla normalità; è il momento di crescita dei due ragazzi, in cui l’esperienza vissuta viene assimilata e razionalizzata. È ciò che accade anche all’elemento del sublime: come sappiamo Huck decide di scappare nei Territori, che oramai hanno ben pochi segreti per lui, mentre Danny, uscito illeso dall’esplosione dell’Overlook, lo ritroviamo insieme alla madre e a Dick immerso in un paesaggio quasi rurale e bucolico, ospite di una locanda del Maine occidentale, fornita di un bar all’aperto, di una piscina, di un laghetto e di
[…] uno spiazzo erboso dove un gruppetto di quattro clienti giocava a croquet e rideva […] Lì avevano il sopravvento le conifere, e il vento ci passava in mezzo sospirando, recando il profumo di abete e quello dolce della resina. Sull’altro versante alcune casette con vista sul lago erano disseminate con discrezione tra gli alberi […] Hallorann discese il viottolo coperto di ghiaia che portava al piccolo molo, percorse la passerella di legno un po’ corrosa all’estremità, dove Danny sedeva con i piedi immersi nell’acqua limpida. Davanti, si allargava il lago, lungo i bordi si specchiavano i pini. Attorno il terreno era montagnoso, ma le montagne erano antiche, arrotondate dal tempo.54
Un paesaggio decisamente diverso dal precedente, nel quale è il bello a farla da padrone. Per quanto possa essere tranquillo e rilassante, però, è quasi una noia dopo avere visitato le montagne del Colorado. Edmund Burke si pone una domanda:
If black and white blend, soften and unite,
a thousand ways, are there no black and white?55
Se bello e sublime in qualche modo trovano un compromesso e si uniscono, ciò significherebbe la perdita di queste due istanze? Burke risponde che per quanto bianco e nero possano mitigarsi e unirsi, non saranno mai la stessa cosa. Il risultato che si otterrebbe sarebbe una perdita di vigore sia del bianco che del nero, del bello come del sublime. Nel finale di Shining, con la caduta della tensione, è inevitabile che accada proprio questo, ma il sublime non verrà mai completamente armonizzato con il bello, la speranza di nuove emozioni ce la regala Huck, fuggendo verso altre avventure. Come osserva T. S. Eliot,
Like Huckleberry Finn, the river itself has no beginning or end. In its beginning, it is not yet the river; in its end, it is no longer the river. […] At what point in its course does the Mississippi become what the Mississippi means? It is both one and many, it is the Mississippi of this book only after its union with the Big Muddy – the Missouri; it derives some of its character from the Ohio, the Tennessee and other confluents. And at the end it merely disappears among its deltas; It is no longer there, but it is still where it was, hundreds of miles to the north.56


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